Funnyg’s Weblog

dicembre 18, 2009

Parole come pietre: Carlo Vulpio, Roba nostra

Filed under: ascoltare,precise parole,storie,tempo di partire,tempo di tornare — by funnyg @ 10:53 am

Il libro di Carlo Vulpio parla della mia terra, della mia Basilicata, sporcata e massacrata da politici che fanno scempio dei soldi pubblici (perchè le vecchie tangenti nella valigetta lasciano troppe tracce), di attacchi a uomini coraggiosi che fanno il proprio mestiere rischiando la pelle, di uomini delle forze dell’ordine che si oppongono ai giochi di potere e vengono rimossi, esiliati, il cui onore viene infangato. Chi ha deciso di andare via riesce solo a rabbrividire. Chi è rimasto sembra non vedere quello che succede; è tutto così normale, lineare, “com’è sempre stato”. Si continua ad alimentare la collusione, di padre in figlio. In un vortice eterno di malaffare, soldi, potere. Dove a “farcela” sono sempre gli stessi.

“Roba nostra di Carlo Vulpio è un affresco di questo paese alla rovescia, appassionata radiografia di quel che non va e del perché non va.

Il suo libro ha il pregio di collegare fili della recente storia politica, giudiziaria, affaristica editoriale.

Alti e bassi.Magistrati che passano il tempo a sabotare le indagini di pochi colleghi che lavorano bene, nel silenzio di una corporazione sempre più imbalsamata e decrepite correnti.

Politici che infilano figli, mogli,figliastri portaborse e amanti nelle società finanziarie col denaro PUBBLICO che essi stessi incassano ed erogano. Giornalisti che si voltano dall’altra parte ben felici di farsi imbavagliare, anzi di prevenire gli ordini di superiori che si autocensurano.

Imprenditori anzi prenditori che non hanno mai conosciuto il libero mercato e vivono appesi alle sottane del potere in attesa di favore, di un finanziamento, di una spinta.

Controllori che si confondono con i controllati, poteri e contropoteri che convivono in un grande blob caramelloso, fraternizzano nelle stanze di compensazione della massoneria ufficiale e ufficiosa e dei comitati d’affari che si fanno scudo col papa e padreterno”.

Roba nostra, Il Saggiatore, Milano 2008

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maggio 29, 2008

Sud, fuga dell’anima

Filed under: storie — by funnyg @ 10:07 am

“Se una sera di primavera un viaggiatore arrivasse in città la troverebbe in festa, sveglia a fare l’alba per strada, giovane, come non accade quasi mai.Non crederebbe che d’inverno qui la neve dura anche quaranta giorni, che i marciapiedi si sgretolano sotto lo spessore del ghiaccio, che nei locali si beve vino per scaldarsi e che spesso le strade ghiacciate ti parlano di un pezzo d’Europa lontana: i Paesi Scandinavi e Copenaghen; Di notte non sono molto diversi, con le strade che brillano alla luce dei lampioni e la gente con le mani in tasca e la falda larga dei cappelli che corre svelta verso casa, a viso basso. Se arrivasse in una di queste sere di primavera stentata, a tratti, si lascerebbe affascinare dai vicoli illuminati e ingombri di giovani e bicchieri vuoti, grida, musica e spirito di festa, di libertà. Potrebbe pensare di trovarsi nel bel mezzo di una cena di contrada, nell’incantata Siena medioevale,dove respiri la follia, la passione, l’amore viscerale per le radici. Dove i colori delle bandiere ad ogni angolo segnano i confini e dividono i cuori. Dove non si dimenticano mai le origini sacre delle tradizioni e l’inesauribile voglia di superare i limiti, strabiliare, bere vino fino alla feccia, finché la bocca è impastata e lo sguardo è appannato. Il nostro viaggiatore inizierebbe a ballare al ritmo scandito della musica che rimanda a tempi ormai andati, senza fermarsi , senza imbarazzo o finto pudore. L’aria è leggera e la musica incalza, l’alchimia di sguardi, voci e suoni, confonde e attrae, incanta. Largo Pignatari, raccolto tra il nuovo splendore di Palazzo Loffredo e la pietra viva delle case intorno, sembra una piazzetta di Positano o Taormina, d’estate, gremita di turisti e gente di ogni tipo che beve, sorride, semplicemente osserva e gode dello spettacolo. Tra le luci soffuse e i corpi accaldati il nostro fortunato vagabondo, guardando la palma che maestosa svetta al centro del lastricato, penserebbe ai paesi bianchi e scintillanti del Salento o alla Sicilia interna, riarsa, ma splendida e tenace. Se una sera di primavera un viaggiatore capisse di essere a Potenza, nei giorni della festa del Santo Patrono, saprebbe quanto i giovani potentini amano la propria città, e a volte riescono viverla in modo diverso. Almeno una volta l’anno seguono un amore naturale e irrazionale fregandosene dell’apparire perché forse la propria terra, di così tanto mondo, è l’unico posto in cui si possa tornare.”

Giovanna 2005

novembre 10, 2007

Se consideri le colpe, Andrea Bajani

Filed under: storie — by funnyg @ 3:46 pm

 

Leggere questo libro di Andrea è stato un bicchiere di un vino buonissimo che non riesci a smettere di bere, anche se sai che sarebbe meglio bere piano piano; è stato un tuffo, immergersi, risalire e cominciare, bracciata dopo bracciata, a prendere il ritmo.

Tre bracciate aria, faccia sotto, tre, aria. Cotinuare senza voler smettere.

Non ritengo che un libro, nel bene e nel male, possa cambiare la visione del mondo. No. Le parole hanno potere se tu sai dargliene, se imprimi, soppesi, scegli. Però le parole scritte possono fare compagnia, parlare, far ricordare. Lenire certi dolori che non riesci nemmeno a concepire. Per me è stato così. Ieri il mio viaggio Caselle – Capodichino è stato un attimo, a ricordare e sentire forti certi vuoti, a fermare accenni di lacrime, a sapere che ci sono sensazioni che si possono condividere e che i viaggi “al contrario”, dalla fine di certe storie a come sono cominciate possono servire a dirsi, da soli, che è possibile resistere al cuore che esplode, alla vita che non c’è più, alle scelte egoiste di chi amiamo, ai vuoti, alle assenze, alle mancanze. Queste parole possono apparire troppo intime, troppo mie. E anche decontestualizzate, fuori da quello che la storia che racconta è (perché è anche altro, molto altro). Dopo la mia prima lettura mi resta la delicatezza del suo scrivere di cose grandi, forti.

La leggerezza, la luce opaca sui personaggi che si illuminano all’improvviso, la patina come di vecchie fotografie in bianco e nero che scende ad avvolgere certe scene e i colori brillanti e attuali di posti in cui passato e presente si fondono a tracciare le cose che descrive.

Lascio la mia copia del libro ai miei genitori, che spesso faticano a capire il mio modo di interpretare il mondo. Farà bene anche a loro leggerlo.

g

ottobre 31, 2007

storie, cucina, mattina

Filed under: storie — by funnyg @ 4:54 pm

[…] Così ricominciavano. Il gioco era sempre lo stesso: intrecciare storie. La conversazione, e quindi le storie, spesso si avvoltolavano su loro stesse, incespicando in mille particolari e possibilità, oppure procedevano velocemente e a grandi passi, solcando gli avvenimenti con improvvise sterzate e drammatiche frenate. A volte riguardavano il passato, storie racchiuse in una bolla di vetro, di quelle che le giri e cade la neve, storie che a ogni narrazione potevano prevedere piccoli cambiamenti ma senza uscire dalla bolla, circolari e innegabili. A volte il dialogo invece si protendeva verso futuro, il domani o un tempo indefinito e indefinibile, e allora le storie potevano cambiare in continuazione. Un giorno una storia si era conclusa con la morte di tutti i protagonisti, ma avevano annullato la partita […]

grazie per il dialogo tra anime, per l’affetto e la sincerità.Grazie anche per la scomodità, che è sempre la cosa più difficile, anzi, soprattutto per quella; è cosa rara, difficile da incontrare, affrontare, riconoscere e apprezzare.

Di tutto quello che mi circonda in questi giorni chiusi in un micromondo di isterie, stress e scadenze serrate, l’affetto fa la differenza.

g

ottobre 15, 2007

l’uomo di carta, il raccoglitore di sogni e una vecchia stiratrice

Filed under: storie — by funnyg @ 8:07 am

L’uomo di carta svuota nottetempo i cestini della raccolta differenziata e si chiede, forse, che senso abbia accumulare la carta, i volantini, i vecchi appunti che non servono più. A lui serve a sentirsi utile, non aspettare quel giorno alla settimana in cui qualcuno verrà a gettare via quello che va buttato. È silenzioso l’uomo di carta, non saluta nessuno, esce quando tutti dormono. Compie sempre lo stesso percorso, metodico e discreto: il portoncino della sua casa di ringhiera, le scale, un pezzo di cortile, costeggiando la raggiera per le biciclette. Svuota e torna su. Risale, spegne le luci e si addormenta. Mi ricorda il raccoglitore di sogni osservato per anni mentre lavorava in mezzo a gente che si divertiva nelle infinite notti estive della piccola città medioevale.
All’ombra della torre maestosa che spia dall’alto, nella piazza grande e illuminata da una luce fioca, il suo lavoro era raccogliere i sogni. Nei cocci di bottiglie che rotolano giù, sui ciottoli rossi a spina di pesce per finire nella grata del tombino per l’acqua piovana. Dietro le schiene degli amanti abbracciati stretti che sembravano non accorgersi del suo passaggio per portare via le loro bottiglie vuote. Tra il vociare concitato di giovani di ogni età, e in tutte le lingue, raccoglieva bottiglie vuote. Ma piene di parole, di sguardi, di allusioni e di attese. Tra chitarre e canzoni. Ogni sera, fino a mattina. Raccoglieva i sogni di persone come tante. E dai sogni degli altri forse si faceva illuminare.
A volte oppresso, mentre la luce smorta si rifletteva sul vetro opaco che aveva in mano. Il suo lavoro aveva il suono acuto e stridente del vetro che si rompe contro altro vetro. L’odore dell’alcol e il freddo di una bottiglia vuota, anche d’estate. Guardava gli altri sognare altri sogni mentre trascinava, a fatica, il bidone pieno dei loro sogni vecchi. E poi, passato del tempo, nella vecchia villa dove ogni mattina andavo a svolgere il mio lavoro di impiegata, così poco amato eppure utile, ho incontrato una strana donna, solitaria e silenziosa dall’età indefinita. I capelli grigi, ma il viso da bambina. Gli occhi azzurri e gelidi. Accennava sorrisi freddi. Parlava spesso come una televisione accesa. Per luoghi comuni, per sentito dire. Mi spiegarono che un tempo il suo lavoro era stirare, poi, per una serie di motivi, era diventata “operatrice tecnica” in quell’ufficio. La sua stanza, nella grande villa ottocentesca, era all’ultimo piano. Prima porta dopo due rampe di scale. La porta a vetri sempre chiusa. Da fuori vedevi sul davanzale della finestra, una pianta strana, con le foglie a grappoli. Il computer sulla scrivania sempre spento. Lucido e nero. Chissà che pensava, forse aveva paura che potesse sentire quello che diceva parlando al telefono. Comunque lo spolverava spesso. La mattinata passava tra un ricamo da ultimare e la verdura da pulire. A pranzo, quando c’era il rientro, mangiava pastina in brodo cucinata sul fornellino del caffè. Oltrepassando la soglia sentivi odore di erbe a essiccare, a me ricordava casa di mia nonna quando ero bambina. Tante volte mi è parso di vederla vederla trasformarsi in una strega alle prese con filtri e pozioni. Aveva sempre in mano oggetti strani: aghi, spille da balia e pezzi di stoffa. Amava i gatti. Parlava sempre di gatti. Randagi e di casa, suoi e dei vicini. Mi hanno raccontato che una mattina, in treno, dalla sua borsa veniva un miagolio. E poi sotto la sua scrivania giocherellava un micio. Raccontavano che la villa fosse abitata dal fantasma di una donna. Spesso mi sono chiesta se, dopo un secolo, avesse deciso di tornare e farsi riconoscere. Era strano, ma ogni volta che lei entrava nella stanza di qualcuno semplicemente compariva, senza che nessuno mai sentisse i suoi passi nel corridoio.

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