Funnyg’s Weblog

novembre 30, 2009

No Berlusconi Day- funnyg sarà a Londra

Non uso più tanto questo blog, ma è un mezzo – il mio – per diffondere idee e parole.

Il 5 dicembre io sarò a Londra

di fronte il Consolato Generale a Londra / opposite the Italian General Consulate

dalle 13.00 alle 17.00.

Se vivi all’estero cerca qui la tua piazza, è importante!

http://noberlusconiday.wordpress.com/5-dicembre-allestero/#comment-769

Giovanna

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settembre 10, 2008

Ritornare a fluire

Filed under: andare — by funnyg @ 8:38 am

Inizio affannata.Non respiro regolarmente.Non mi giro ogni tre,quattro, sette bracciate per prendere aria.Mi muovo a scatti e nemmeno l’acqua mi fa fluire; è solo un rincorrersi di azioni meccaniche, come l’affanno del fare di queste prime tre settimane di lavoro.Fare-chiudere-inviare-chiamare.Irrimediabilmente tardi,sempre. Poi. Poi la vasca comincia a svuotarsi.Le persone escono piano.Nessuno schizzo.Nessun rumore.La mia corsia vuota.La traccia rassicurante attraverso le lenti scure.Ricomincio.Rana.Ritmo.Aria-acqua-aria-acqua. Scivola via tutto.La pelle scura contrasta con l’azzurro.A volte con le braccia sfioro la corda colorata che delimita le corsie,ma è solo un attimo,e torno al centro. Raccolgo e lascio le braccia al petto.Chiamo l’acqua e la lascio andare; è come sfogliare le pagine di un libro, i minuti scorrono uno dopo l’altro.A dorso respiro bocca-naso e guardo il soffitto.La mente si svuota. Mi sento di nuovo libera, pulita. Nessuna urgenza,nessuna cosa da fare per forza adesso. Del mare rimpiango solo i riflessi del sole sull’acqua.Non il suo sapore,non la temperatura.Nemmeno il sale che ti tiene a galla. Mi piace qui perchè vedo il fondo,bene.Forse mi piace quest’acqua perchè non mi spaventa, perchè è prevedibile e non mi fa sentire in pericolo: è tutto qui e posso vederlo, anche se non ci sono i colori dei pesci, gli scogli e l’affetto di Elianto che mi insegna a usare la maschera. Intorno,fuori dall’azzurro,mi annoia tutto.Mi sembra tutto stantìo.Ho bisogno di conoscere persone diverse,nuove.E fare cose che mi appassionino.

marzo 3, 2008

vedo

Filed under: andare — by funnyg @ 2:53 pm

All’improvviso la luce si spegne. Una lampadina ha deciso di non funzionare. All’improvviso non vedo più un corpo brutto, deforme, enorme davanti allo specchio.Vedo delle spalle, delle braccia, i muscoli definiti delle braccia, un segno definito sulle cosce. Un polpaccio, la caviglia. Vedo il seno, l’addome, forma tondeggiante della pancia, ma non troppo.Vedo la linea della schiena, la curva del collo. Mi vedo, mi osservo, in ogni particolare colgo un cambiamento.Ci sono cose che non saranno mai: magrezza, scapole evidenti, capelli lunghi e mossi.Andamento incerto.Ci sono cose che erano e non sono più. Occhi sgranati, sguardo da bambina, movimenti fluttuanti, che non si posano sulle cose ma scivolano in fretta. Poi ci sono cose che fanno fatica ad uscire: bisogno di fisicità, sfiorarsi di mani, braccia, corpi, intrecci di gambe. Ci sono cose che non posso più essere. Bianco o nero. Dentro o fuori.Inizia ad esserci un ritmo, respiro, mi fermo, riprendo, coordino, scivolo. Non c’è più resistenza. Quanto tempo ho aspettato prima di trovare il tempo giusto, che fosse solo mio, in cui sentirmi a mio agio. E quanto tempo ancora sto impiegando a chiedere agli altri di rimanere fuori, di lasciarmi spazio, di non aiutarmi più.

gennaio 28, 2008

Argentera, Valle Stura

Filed under: andare — by funnyg @ 9:40 am

Difficile non conoscere l’inerzia: ora la casa è silenziosa, tutti dormono,nulla e nessuno mi vieterebbe di dormire, io cerco contatti col mondo di fuori, lontano dal silenzio ovattato di queste montagne e il bianco che è il qui e ora. Oltre l’affetto che ho intorno, che mi fa stare bene, come sempre succede tra chi viene dalle stesse cose. Un bianco che acceca, scintilla, un bianco assoluto, pieno.
Da questo silenzio imparare ad alimentare, a creare. Come sull’amaca sotto la palma d’estate, e i muretti a secco e il mare a poche centinaia di metri. Come nell’acqua che circonda e riempie e svuota e fluisce e ti fa fluire. Tempo mio, non c’è niente che sovrasti la mia volontà, niente di veramente più importante o più forte. Mi misuro con nuovi equilibri, solo il tempo di capire come vincere l’attrito, scivolare, alzare le spalle, allontanare le ginocchia. Scendere. Silenzio, luce, freddo in faccia. Sto in piedi e non l’avrei mai detto.

novembre 23, 2007

sera.divano.tv accesa

Filed under: andare — by funnyg @ 4:54 pm

Piove, non smette. Ieri sera la piazza, con le fontane e il grande palazzo sullo sfondo, sembrava il set di un film. Tutto appannato, con le goccioline sul vetro dell’auto come stelle filanti, tutto era lucido e sembrava stesse per sparire, sfumare. Piove fuori. Dentro c’è l’acqua della piscina. La mia testa è una carena, fende l’acqua e mi dà la direzione. Ricomincio a fluire. Scivolo veloce. La testa coperta, le orecchie assorbono rumori attutiti, ovattati. Le braccia, le gambe, tutto è leggero. Il cervello non cel’ho, o non lo uso.

È bellissimo.

ottobre 4, 2007

questi giorni/l’equilibrio è un miracolo

Filed under: andare — by funnyg @ 8:04 am

L’equilibrio e’ un miracolo
(musica di T. Canto, testo di E. Cirillo e P. Laquidara)

Guardo il mondo e penso a  testa in giu’
Sopra a un filo che e’ sospeso
Di vertigine in vertigine
Dove e’ piu’ leggero esistere
Dolce e’ vivere nell’aria
L’equilibrio e’ un miracolo […]

Sveglia, fuori è buio. Caffè davanti alle tende gialle. Vestirsi, uscire. Treno, iniziare a lavorare. Lavorare, lavorare. Dodici ore. Uno sguardo fuori, annuso l’aria. Sa di sale, è spessa, non leggera. Vedo: un pezzo di cielo grigio, uno squarcio tra i tetti di ardesia. Una strada in salita con flussi gente in direzione opposta. Macchioline scure che si arrampicano sul lastricato. Il campanile di una chiesa, bicromia di bianco e nero. Un neon rosso che segna ventuno gradi. Eppure è tutto scuro, appannato. Pesante. Uscire, correre. Treno. Lavorato. Quindici ore.

Equilibrio, dov’è? Dove sono le cose che mi riempiono. Solo gli occhi socchiusi di un bambino, in cui riconosco l’amore e i tratti di amici cari.Un sms che mi augura buona giornata, se ci riesco. Una voce che non mi lascia mai e imperterrita mi cerca anche dopo otto chiamate senza risposta; in questo che vedo la differenza, un senso all’affannarsi, al tenere botta, come si dice al nord.

Al non perdere l’equilibrio sul filo sempre teso delle giornate che scivolano via tutte uguali.

Riporre i pensieri in un angolo nascosto dove solo io posso guardare, se voglio, se decido di farlo.Lì si accumulano le vasche in piscina, le carezze inaspettate, le parole che non dimentico. Gesti concreti di bene. Lì c’è Trastevere affollato, la tovaglia a quadri blu, le stoviglie spartane. Ci sono le parole: tirare fuori ricordi, nomi di persone, episodi. Ridere. Farsi ancora stupire nell’osservare angoli della città, magnifica, sempre, maestosa, dopo decine e decine di volte. Sentirsi felice, dopo tanto tempo.

Quasi le tre di sabato notte, camminiamo mano nella mano sulla strada che dal Colosseo porta a piazza San Giovanni. C’è silenzio intorno. Ho le gambe stanche, mi chiedo di che colore si la felicità. Mi sembra averla vista scintillare come le luci della notte romana, fugace, come un guizzo.Come un caffè intorno a un tavolo o il pranzo della domenica e mia zia con gli stessi occhi di mia nonna, come i miei. Azzurri, verdi o non lo so. Ma sinceri. Mia zia sempre stanca, ora nonna attenta, precisa. Indaffarata mentre mi racconta il suo ultimo sogno davanti al lavandino, mentre asciuga convinta una goccia che non c’è già da tre o quattro passate. Mia zia che ha scelto la vita comoda, lei che era “la signora” e che intorno a quest’idea continua a vivere, anche ora che “il dottore” non c’è più. Mia zia moglie fedele e irreprensibile. Si sarà mai sentita felice come me accanto a lei davanti al lavandino d’acciaio? mi chiedo.

Roma e i locali dietro piazza Navona. Dedali di viuzze che non tel’aspetti proprio.La domenica pomeriggio tra amiche nella cucina assolata le nostre voci, di nuovo, dopo quasi quattro anni. Inspiegabile l’intesa, come non essersi mai allontanate. Fuori il tramonto viola sopra piazza Barberini. La felicità, adesso, ha il colore dei sampietrini: è grigia, ambrata.Leggo e qualcuno mi scrive: grazie per esserti fatta indovinare da me; è un regalo, un pezzo di me che ho regalato. So essere ancora io. Quella che conoscevo.

Recupero dall’angolo dei pensieri tutto quello che farò tra un mese esatto, quando tutto sarà finito. Casa, il mio letto, la gente che non riesco mai a incontrare tutta insieme: nomi su un post-it giallo, per ora. Fili tesi, per ognuno una storia, un ricordo, un pezzo da mettere insieme. Parti di me che, regalate o lasciate indovinare, rendono tutto possibile, affrontabile, che ne vale la pena.
Torino Porta Nuova. Raccolgo i fogli, pc spento.Ultima fermata. Devo scendere.

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