Parigi Gare de Lyon – Torino Porta Susa
Cris guarda i cartoni animati in francese e in italiano, mentre ride divertito due fossette profonde gli si aprono sulle guance. Ha gli occhi nerissimi, e anche la pelle è molto scura. Solo i palmi delle manine e i denti sono bianchi, e poi c’è il bianco intorno alle due olive nere delle pupille. Anche un’altra volta, in una sala d’attesa accanto a me, prima di un volo molto importante, c’era una bambina, Noha. Parlava in italiano con me e in olandese con la mamma. Aveva gli occhi come due goccioline d’acqua. Trasparenti.
Incontro sempre bambini meravigliosi in viaggio.
A che cosa penso mentre il dondolìo del treno mi fa addormentare?
Alle strade, ai colori dei quadri, al cibo, al vento del mio fine settimana parigino e a molto altro. Il raffreddore sale, la testa si svuota. Affetto, complicità, voglia di vedere, osservare. L’attenzione delle mie compagne di viaggio tradotta in: piccole cose da fare a metà, esigenze subito ascoltate, premure. (Grazie, la prima di molte partenze, confermate?).Poi, distese su un prato, sotto Montmartre, e poi ancora, su un altro prato di un grande parco parigino (mi soccorrete, non mi ricordo il nome!), merenda con pane e marmellata e discorsi impegnati. Prospettive, attese. Cantare l’inno italiano prima di Italia-Francia in mezzo ai francesi, in un locale a Rue de Lappe,adrenalina pura, e non mi sento una tifosa, dalla nazionale alla c1!
Si, va bene,ma a cosa penso in realtà. Cosa spinge per uscire.Cosa punge anche oggi che il lavoro non c’è.
Penso a lei, che non c’è più. Alla seconda canzone della colonna sonora di Amèlie mi viene da piangere. E piango. (A proposito: ovviamente ho provato a rompere la crosticina della creme brulè, ma non si limita ad incrinarsi, dalla prima crepa ne partono molte altre sulla superficie. Rivedrò meglio la scena e tornerò a Le Marais a fare la prova).
Penso a lei e a tutte le cose che ha scelto di non vedere, alle cose per cui non dirà più “ne è valsa la pena” e a quelle che non la feriranno più, alle cose che ha scelto di non aspettare. Penso che G. ha ragione quando dice che l’importante è manifestarsi, ma credo anche che sia troppo assolutorio per tutti. Penso a quanto io ho aspettato e immaginato il mio viaggio e a quante volte, tra una fermata di metrò e l’altra, abbia dovuto ripetermi: quella è la Senna, sto per entrare a Notre-Dame di domenica mattina, per capire che era vero – e lì, tra l’incenso e il rito in francese, percepivo il rumore di fondo dei turisti che camminavano in una zona parallela allo spazio per l’assemblea e mi veniva in mente il duomo maestoso e in penombra, dalle vetrate magnifiche, dove ogni domenica mi confondevo tra la folla di giapponesi, in un angolo, sempre lo stesso. Quarta colonna a destra appena entri, sotto la bandiera del Bruco -.
Saper amare ognuno come vuole, Odiamore riporta questa frase, non mi ricordo da dove (quant’è saggia Odiamore? dovreste conoscerla, capireste). Lì per lì m’era parsa un’esagerazione, perché ognuno, alla fine, sa amare come sa e a volte nemmeno quello. E poi come faccio poi ad amare scelte che a me fanno male? [Come faccio a pensare che l’unica cosa che possa fare adesso è arrampicarmi su quattro file di lapidi, su una scala traballante, per forse riuscire a lasciare un fiore che non avrò neanche il tempo di togliere quando sarà appassito, perché sarò già a 1230 kilometri].
Questo non riesco ad amarlo.Mi dispiace molto.
Parigi mi ha circondata di arte e di bellezza. Non ricordo, così, su due piedi, uno scorcio della città che non sia stato bello da vedere. Questo capita molto di rado, con questa continuità, ma è bello che succeda. Mi ha sempre riscaldato il cuore vedere una facciata restaurata, una strada larga e pulita, una piazza illuminata, esteticamente bella. Spesso, davanti a certi scorci della mia città, mi sono chiesta se chi ‘ha progettata (un gruppo di uomini, per forza) adesso ci vive, e che cosa pensa alzandosi la mattina, con la tazzina del caffè in mano, davanti alla finestra. E che effetto gli fanno i gruppi di palazzi a sette piani arroccati in modo confuso sul crinale di una collina. E il ponte che squarcia in due i costoni di un’altra collina, “opera verticale”, dal centro alla periferia.
Una delle mie compagne di viaggio, ingegnere e esperta di mappe, dopo avere osservato attentamente il plastico di un quartiere di Parigi esposto al Musée d’Orsay, mi ha fatto notare come fossero i palazzi a seguire le ortogonalità delle strade e non viceversa. E di come tutto risultasse stupendamente armonioso. Poi ha aggiunto, semplificando, che un piano della nostra città semplicemente, non esiste.Divagazioni.
[Per essere circondata dal bello dovevo prendere la macchina, uscire dalla città, arrivare tra due campi di grano coltivati, dove in primavera è tutto verdissimo e d’inverno c’è molta neve ma le zolle sono ben definite. Fermare l’auto. Scendere. Respirare forte. L’ho fatto. E ho anche fotografato lo stesso scorcio, prima della curva, in quattro stagioni diverse; è quando penso a questi scorci e a certi gesti che vale di più quello che dicevo al senatore stasera al telefono, cioè che uno può allontanarsi da certi posti, mettersi alla prova, viaggiare, sentirsi cambiato e diverso e forse essersi, si, adattato a delle circostanze e a certi ambienti,ma certe cose, certi gesti, certe immagini della mente se le porta ovunque e le usa per interpretare il mondo. E non esistono latitudini. Esisti tu e il mondo, e quello che ti hanno insegnato ad essere nel mondo da cui vieni.]
In tutto questo tempo non ho mai smesso di sperare in una specie di miracolosa retromarcia. In qualcosa di più forte di tutto che ci avrebbe riavvicinate, fatte sentire di nuovo vicinissime. E forse il momento in cui tutti vogliono dire la propria, ora, oggi, è arrivato. E sono qui, posso entrare nella sua stanza, adesso, sfiorare gli oggetti che sono stati i suoi, che vedeva ogni mattina, ogni giorno. E ci sono persone che per dividere il dolore dicono: “prendi pure quello che vuoi”.Posso andare a trovarla adesso, parlarle. E forse a lei non interessa, ma io continuerò a farlo. (Voglio vivere senza rimpianti, senza dire mai più avrei voluto. Questo è egoismo, solo un modo per non soffrire. G. sostiene questo, e credo abbia ragione).