All’improvviso la luce si spegne. Una lampadina ha deciso di non funzionare. All’improvviso non vedo più un corpo brutto, deforme, enorme davanti allo specchio.Vedo delle spalle, delle braccia, i muscoli definiti delle braccia, un segno definito sulle cosce. Un polpaccio, la caviglia. Vedo il seno, l’addome, forma tondeggiante della pancia, ma non troppo.Vedo la linea della schiena, la curva del collo. Mi vedo, mi osservo, in ogni particolare colgo un cambiamento.Ci sono cose che non saranno mai: magrezza, scapole evidenti, capelli lunghi e mossi.Andamento incerto.Ci sono cose che erano e non sono più. Occhi sgranati, sguardo da bambina, movimenti fluttuanti, che non si posano sulle cose ma scivolano in fretta. Poi ci sono cose che fanno fatica ad uscire: bisogno di fisicità, sfiorarsi di mani, braccia, corpi, intrecci di gambe. Ci sono cose che non posso più essere. Bianco o nero. Dentro o fuori.Inizia ad esserci un ritmo, respiro, mi fermo, riprendo, coordino, scivolo. Non c’è più resistenza. Quanto tempo ho aspettato prima di trovare il tempo giusto, che fosse solo mio, in cui sentirmi a mio agio. E quanto tempo ancora sto impiegando a chiedere agli altri di rimanere fuori, di lasciarmi spazio, di non aiutarmi più.
Marzo 3, 2008
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Il male come guasto del sentire, la percezione deforme o forse limpidissima, tanto limpida da capire che siamo. Decidere di non affrontarsi, lasciarci e, tristemente, ritrovarsi. Avvertire il desiderio di sentire, soffrire sentendo cosa non si è più. Cosa si vorrebbe essere (sperando di raggiungerlo con la sofferenza). Il male nuovo, intimo, tale da confondere il sintomo con la causa, l’oggetto con la cura. Quel male è inafferrabile, e fa dubitare della lunghezza, del senso e del piacere: pone interrogativi e, quel ch’è peggio, li risolve con risposte definitive. Fa dubitare di ogni centimetro di pelle, delle proprie braccia e della propria casa; e quando viene vegliamo di notte, a fuoco lento, le nostre capacità sciupate bruciare, andare a fumo e offuscare i sogni. Quel male non si può distruggere si deve accettare. Quel male non riempie, svuota. Quel male è vuoto. Quel male infine non esiste, siamo noi.
(non so’ perchè.. un’analogia a caldo.. sopra si parla di un “oltre”, qui di un “durante”, dico male?)
Commento di alf — Marzo 3, 2008 @ 11:16 pm |
il piacere è lento:
un giorno per fare il giro su se stessi
un anno per girare intorno a chi c’illumina
e poi ci sono cambiamenti geologicamente lenti.
ma anche lo spostamento più cauto, più geologicamente cauto,
ad un cero punto crea attrito, terremoto:
e forse alla fine una frana o un lento smottamento hanno il medesimo effetto, e ci sarà sempre qualcuno che piange o grida o inveisce o semplicemente sente dentro un attrito.
e vabbé
Commento di savo — Marzo 4, 2008 @ 10:01 am |
Ricordi una vecchia lezione dell’Ortoleva?Io si. Mi apparve importante da subito, ma anni dopo ho capito perchè. Mi fece ricordare di mio nonno, che non voleva il telefono in camera da letto, perchè “qui ci entro solo io”. Il pudore. Quella grande libertà che ci consente di gestire lo spazio che è immediatamente fuori dal nostro corpo; l’ingresso naturale della nostra casa da cui possiamo accompagnare l’ospite,qualche volta in cucina, qualche volta in soggiorno,qualche volta in camera da letto,altre volte al bagno.
Gestire questo spazio che avvolge il nostro corpo, renderlo spesso e flessibile, oppure sottilissimo e fragile, è qualcosa a cui crescendo ci alleniamo, o almeno, dovremmo vivere accorti a questo allenamento.
Per tempo ho chiesto ad altri di entrare più a fondo, di non rimanere sulla soglia, per poi scoprire che il mio corpo ostentava ad alta voce un desiderio diverso, e gli altri ovviamente, restavano in superficie.
Spesso non ci accorgiamo di ostentare, più o meno evidentemente, un bisogno diverso da quello che coviamo dentro.
Vogliamo lasciare entrare, e mostriamo porte in apparenza chiuse; vogliamo fa scostare di poco le persone, e le nostre porte restano scardinate.
E poi ha ragione il buon Savo.
Esiste un invidiabile lentezza nelle cose sane che accadono.
Se sono lente, potranno essere sbagliate, ma hanno il sapore delle cose della natura.
Mi viene in mente “la distanza tra il darci una carezza ed il darci uno schiaffo, sta solo nella velocità con cui avviciniamo la nostra mano al nostro corpo”.
Un abbraccio
Commento di Francesco — Marzo 11, 2008 @ 11:45 pm |
“la percezione deforme o forse limpidissima, tanto limpida da capire che siamo” e poi si, la lentezza di certe evoluzioni e l’improvvisa,bruciante consapevoelezza. le cose a lungo rimandate e quelle alla fine,inevitabilmente, affrontate.Passo dopo passo.Non è per nulla semplice.g
Commento di funnyg — Marzo 12, 2008 @ 10:06 am |
o “tanto deforme” da costringerci a domandarci “chi siamo veramente”, quando la percezione non ci soddisfa, quando l’immagine che ci restituisce di noi ci sembra non appartenerci.
E’ vero, non è semplice; e trovo troppo poetico dire che “è bello”; ma è così che vanno le cose, e non lo dico per accettazione, ma per riconoscimento.
Commento di Francesco — Marzo 12, 2008 @ 8:56 pm |