L’uomo di carta svuota nottetempo i cestini della raccolta differenziata e si chiede, forse, che senso abbia accumulare la carta, i volantini, i vecchi appunti che non servono più. A lui serve a sentirsi utile, non aspettare quel giorno alla settimana in cui qualcuno verrà a gettare via quello che va buttato. È silenzioso l’uomo di carta, non saluta nessuno, esce quando tutti dormono. Compie sempre lo stesso percorso, metodico e discreto: il portoncino della sua casa di ringhiera, le scale, un pezzo di cortile, costeggiando la raggiera per le biciclette. Svuota e torna su. Risale, spegne le luci e si addormenta. Mi ricorda il raccoglitore di sogni osservato per anni mentre lavorava in mezzo a gente che si divertiva nelle infinite notti estive della piccola città medioevale.
All’ombra della torre maestosa che spia dall’alto, nella piazza grande e illuminata da una luce fioca, il suo lavoro era raccogliere i sogni. Nei cocci di bottiglie che rotolano giù, sui ciottoli rossi a spina di pesce per finire nella grata del tombino per l’acqua piovana. Dietro le schiene degli amanti abbracciati stretti che sembravano non accorgersi del suo passaggio per portare via le loro bottiglie vuote. Tra il vociare concitato di giovani di ogni età, e in tutte le lingue, raccoglieva bottiglie vuote. Ma piene di parole, di sguardi, di allusioni e di attese. Tra chitarre e canzoni. Ogni sera, fino a mattina. Raccoglieva i sogni di persone come tante. E dai sogni degli altri forse si faceva illuminare.
A volte oppresso, mentre la luce smorta si rifletteva sul vetro opaco che aveva in mano. Il suo lavoro aveva il suono acuto e stridente del vetro che si rompe contro altro vetro. L’odore dell’alcol e il freddo di una bottiglia vuota, anche d’estate. Guardava gli altri sognare altri sogni mentre trascinava, a fatica, il bidone pieno dei loro sogni vecchi. E poi, passato del tempo, nella vecchia villa dove ogni mattina andavo a svolgere il mio lavoro di impiegata, così poco amato eppure utile, ho incontrato una strana donna, solitaria e silenziosa dall’età indefinita. I capelli grigi, ma il viso da bambina. Gli occhi azzurri e gelidi. Accennava sorrisi freddi. Parlava spesso come una televisione accesa. Per luoghi comuni, per sentito dire. Mi spiegarono che un tempo il suo lavoro era stirare, poi, per una serie di motivi, era diventata “operatrice tecnica” in quell’ufficio. La sua stanza, nella grande villa ottocentesca, era all’ultimo piano. Prima porta dopo due rampe di scale. La porta a vetri sempre chiusa. Da fuori vedevi sul davanzale della finestra, una pianta strana, con le foglie a grappoli. Il computer sulla scrivania sempre spento. Lucido e nero. Chissà che pensava, forse aveva paura che potesse sentire quello che diceva parlando al telefono. Comunque lo spolverava spesso. La mattinata passava tra un ricamo da ultimare e la verdura da pulire. A pranzo, quando c’era il rientro, mangiava pastina in brodo cucinata sul fornellino del caffè. Oltrepassando la soglia sentivi odore di erbe a essiccare, a me ricordava casa di mia nonna quando ero bambina. Tante volte mi è parso di vederla vederla trasformarsi in una strega alle prese con filtri e pozioni. Aveva sempre in mano oggetti strani: aghi, spille da balia e pezzi di stoffa. Amava i gatti. Parlava sempre di gatti. Randagi e di casa, suoi e dei vicini. Mi hanno raccontato che una mattina, in treno, dalla sua borsa veniva un miagolio. E poi sotto la sua scrivania giocherellava un micio. Raccontavano che la villa fosse abitata dal fantasma di una donna. Spesso mi sono chiesta se, dopo un secolo, avesse deciso di tornare e farsi riconoscere. Era strano, ma ogni volta che lei entrava nella stanza di qualcuno semplicemente compariva, senza che nessuno mai sentisse i suoi passi nel corridoio.