Funnyg’s Weblog

Ottobre 31, 2007

storie, cucina, mattina

Archiviato in: storie — by funnyg @ 4:54 pm

[...] Così ricominciavano. Il gioco era sempre lo stesso: intrecciare storie. La conversazione, e quindi le storie, spesso si avvoltolavano su loro stesse, incespicando in mille particolari e possibilità, oppure procedevano velocemente e a grandi passi, solcando gli avvenimenti con improvvise sterzate e drammatiche frenate. A volte riguardavano il passato, storie racchiuse in una bolla di vetro, di quelle che le giri e cade la neve, storie che a ogni narrazione potevano prevedere piccoli cambiamenti ma senza uscire dalla bolla, circolari e innegabili. A volte il dialogo invece si protendeva verso futuro, il domani o un tempo indefinito e indefinibile, e allora le storie potevano cambiare in continuazione. Un giorno una storia si era conclusa con la morte di tutti i protagonisti, ma avevano annullato la partita [...]

grazie per il dialogo tra anime, per l’affetto e la sincerità.Grazie anche per la scomodità, che è sempre la cosa più difficile, anzi, soprattutto per quella; è cosa rara, difficile da incontrare, affrontare, riconoscere e apprezzare.

Di tutto quello che mi circonda in questi giorni chiusi in un micromondo di isterie, stress e scadenze serrate, l’affetto fa la differenza.

g

Ottobre 27, 2007

words,words,words

Archiviato in: precise parole — by funnyg @ 10:12 am

Lella Costa che recita l’Amleto. Un tuffo nel passato.La copertina nera tutta sgualcita della mia copia del libro, le pagine tutte stropicciate per il troppo girare, leggere, sottolineare, tradurre, fotocopiare e recitare. Seems, madam! nay it is; I know not seems. Hamlet, Act I.

La passione di una donna che recita, grida, ascolta, immagina,interpreta si mischia nella mia testa al ricordo di chi questo testo mel’ha fatto amare, immaginare, sognare.

Il dolore, la pazzia, l’amore, la tragedia: la vita.

Tutti nasciamo pazzi, alcuni lo rimangono

Amleto, atto II.


Ottobre 25, 2007

Festival della scienza, si parte!

Archiviato in: festival — by funnyg @ 10:04 am

[A Genova diluvia e, nonostante io abbia passato la prima mezz'ora dell'inaugurazione a contare le magiette (fichissime) del merchandising del Festival, tutto sembra essere partito]


I blogger dalla loro postazione in Loggia Banchi scriveranno e racconteranno; qui in ufficio tra mail e telefonate sarà il solito delirio, la mela di Pistoletto che troneggia a Palazzo della Borsa dal vivo è da togliere il fiato. Lo Spazio Telecom sugli effetti speciali del cinema ha la solita location sul Porto Antico che fa sempre scena, la città è invasa dal bambino di carta concepito e partorito negli ultimi due mesi – il programma del Festival- con gran dolore (e devo pure ancora capire chi è il padre ;-) .

Facendo un giro con Luca, il simpaticissimo fotografo del Festival, mi sono imbattuta nella mostra a Casa Paganini. A volte a stare troppo dentro alle cose ti perdi cose stupende: è stupefacente. C’è addirittura un palcoscenico sensibile che percepisce le emozioni.Poi vi spiegherò come.

In giro c’è un pò di malinconia, ma le serate alcoliche in cui Odiamore da il meglio di sè espimendo decisa la sua idea di futuro resettano tutto, ma proprio tutto.

venite?

g

Ottobre 22, 2007

Bamboccioni deluxe e ragazze mondiali/C. De Gregorio

Archiviato in: differenze di genere — by funnyg @ 9:30 am

Sono passati quindici giorni e magari non se ne ricorda più nessuno, la memoria tampone
collettiva è tarata su tre, fateci caso: ogni settantadue ore fa reset come i computer, e si azzera. Invece,vale la pena di ripescarlo, quel venerdì di due settimane fa: era il giorno – sui giornali, in tv – delle “ragazze” e dei “bamboccioni”. Le ragazze che vincono il mondiale, tre italiane su tre, in foto e nei filmati sudate, stravolte, pallide, a combattere le più brave del mondo. I bamboccioni che, boh! non lo so cosa mi piacerebbe fare, svegliami alle undici, cosa c’è per pranzo, dov’è la mia camicia. Coetanei, venti-quarantenni. Anche solo nella scherma, fate un fermo immagine su Valentina Vezzali e Aldo Montano.

Lei al quinto titolo mondiale dopo 32 anni, un figlio, un ginocchio sfasciato. Dice a Emanuela Audisio. «In cucina se non c’è mia mamma mi metto io ai fornelli. C’è parecchio da fare quando torni da un mondiale e sei stata via dieci giorni, il bimbo ti aspetta perché gli hai promesso di portarlo a vedere i burattini, tuo marito ti aspetta con l’abat jour accesa perché vuol vedere quanto ti è mancato, tua madre si prende un turno di riposo perché per dieci giorni ha cucinato lei. Ora sei tornata, tocca a te. Come se fossi stata in ferie, assente giustificata ma assente: torni a casa con la medaglia d’oro al collo e trovi il lavoro arretrato, quindi forza, sotto, che ti credi ».

Montano non ha mai parlato nelle interviste dei suoi impegni domestici, sarà stata discrezione. A vederlo sui giornali fra isole famose, fattorie e soubrette fisicamente dotatissime, mesi fa, sembrava un vitellone anni ’50. Sul punto di lanciare una linea di biancheria intima con la sua firma: un vitellone al passo coi tempi. Poi si è pentito e si è ripreso, ho letto. Qualcuno lo avrà consigliato, forse minacciato. Ha ricominciato ad andare benino, l’argento salutato come “una resurrezione”. Era morto, dunque: di che male? Le cronache sportive ne parlano con l’indulgenza premurosa che si usa per un convalescente, ma il ginocchio fasciato era della Vezzali, non suo. Allora: che malattia era? Un rigurgito da bamboccione, certo: bamboccione nella versione extra lusso, macchine potenti, atollo alle Maldive, fidanzata che spalma l’olio sul torace. Bisogna capirlo, poveretto. Una debolezza, è normale. Invece no, non è normale».

Dice Vezzali in quella illuminante intervista: «La società non si muove, noi sì. Cerchiamo l’indipendenza, seguiamo le nostre aspirazioni. Per questo siamo ancora vittime della violenza maschile, basta vedere un anno di cronaca nera». Dove c’è una donna che dice no al fidanzato (in carica, decaduto, candidato) e quello la picchia, l’ammazza. «L’indipendenza ha un prezzo, meglio pagarlo anche se costa». Quindi, forza ragazze, perché voi dello sport siete la prima linea, le uniche per cui vale davvero la regola del risultato e solo quella: sei più brava, sei più veloce, schiacci meglio la palla, vinci. Di qua dalla linea del gioco non funziona così, e il male dell’Italia, uno dei mali più gravi, è questo: solo che nessuno lo vede perché l’epidemia aggredisce chi ha meno di 50 anni, gli invisibili, e perché chi lo vede fa finta di no.

Un Paese a doppia velocità a risultato truccato: vince chi va più piano. Le donne che lavorano per 4 studiano, si laureano, prendono la patente, trovano lavoro. Cercano casa e vanno a prendere lui a casa perché lui non guida, lo svegliano la mattina al telefono perché non sente la sveglia, lo invitano fuori per una pizza e pagano loro. Quando abbiamo pubblicato quasi un anno fa la storia del trentenne che non esce di casa abbiamo ricevuto per mesi lettere d’insulti, tutte maschili, e di incoraggiamento, tutte femminili. Le ragazze corrono, i ragazzi frenano. Poi, al momento della verità, le ragazze escono di scena. Figli, casa, genitori malati, pasti da preparare: guadagnano meno degli uomini e non vale la pena. Così finalmente i conti tornano. Le donne a casa, massimo un part time e pazienza per gli articoli pubblicati su Science. Subentrano i bamboccioni, che non è che a 40 anni si trasformino. Restano com’erano: dov’è la camicia, cosa c’è per cena. Solo che ora dirigono i giochi. Le ragazze a casa a prender gocce per dormire, poi ci si stupisce che la depressione sia un male femminile. Forza, ragazze, voi che vincete le gare: passate l’aspirapolvere, ascoltate l’amica che piange, lasciate le lasagne nel freezer, poi andate a fare secchi gli avversari. Tutti, non ne lasciate vivo neanche uno. Al ritorno si va coi bimbi ai giardinetti.

Ah, poi volevo solo dirvi a presto e che vi aspetto!

“Science is like sex: sure, it may have practical results, but that is not the reason we do it”
Richard Feynman

Ottobre 15, 2007

l’uomo di carta, il raccoglitore di sogni e una vecchia stiratrice

Archiviato in: storie — by funnyg @ 8:07 am

L’uomo di carta svuota nottetempo i cestini della raccolta differenziata e si chiede, forse, che senso abbia accumulare la carta, i volantini, i vecchi appunti che non servono più. A lui serve a sentirsi utile, non aspettare quel giorno alla settimana in cui qualcuno verrà a gettare via quello che va buttato. È silenzioso l’uomo di carta, non saluta nessuno, esce quando tutti dormono. Compie sempre lo stesso percorso, metodico e discreto: il portoncino della sua casa di ringhiera, le scale, un pezzo di cortile, costeggiando la raggiera per le biciclette. Svuota e torna su. Risale, spegne le luci e si addormenta. Mi ricorda il raccoglitore di sogni osservato per anni mentre lavorava in mezzo a gente che si divertiva nelle infinite notti estive della piccola città medioevale.
All’ombra della torre maestosa che spia dall’alto, nella piazza grande e illuminata da una luce fioca, il suo lavoro era raccogliere i sogni. Nei cocci di bottiglie che rotolano giù, sui ciottoli rossi a spina di pesce per finire nella grata del tombino per l’acqua piovana. Dietro le schiene degli amanti abbracciati stretti che sembravano non accorgersi del suo passaggio per portare via le loro bottiglie vuote. Tra il vociare concitato di giovani di ogni età, e in tutte le lingue, raccoglieva bottiglie vuote. Ma piene di parole, di sguardi, di allusioni e di attese. Tra chitarre e canzoni. Ogni sera, fino a mattina. Raccoglieva i sogni di persone come tante. E dai sogni degli altri forse si faceva illuminare.
A volte oppresso, mentre la luce smorta si rifletteva sul vetro opaco che aveva in mano. Il suo lavoro aveva il suono acuto e stridente del vetro che si rompe contro altro vetro. L’odore dell’alcol e il freddo di una bottiglia vuota, anche d’estate. Guardava gli altri sognare altri sogni mentre trascinava, a fatica, il bidone pieno dei loro sogni vecchi. E poi, passato del tempo, nella vecchia villa dove ogni mattina andavo a svolgere il mio lavoro di impiegata, così poco amato eppure utile, ho incontrato una strana donna, solitaria e silenziosa dall’età indefinita. I capelli grigi, ma il viso da bambina. Gli occhi azzurri e gelidi. Accennava sorrisi freddi. Parlava spesso come una televisione accesa. Per luoghi comuni, per sentito dire. Mi spiegarono che un tempo il suo lavoro era stirare, poi, per una serie di motivi, era diventata “operatrice tecnica” in quell’ufficio. La sua stanza, nella grande villa ottocentesca, era all’ultimo piano. Prima porta dopo due rampe di scale. La porta a vetri sempre chiusa. Da fuori vedevi sul davanzale della finestra, una pianta strana, con le foglie a grappoli. Il computer sulla scrivania sempre spento. Lucido e nero. Chissà che pensava, forse aveva paura che potesse sentire quello che diceva parlando al telefono. Comunque lo spolverava spesso. La mattinata passava tra un ricamo da ultimare e la verdura da pulire. A pranzo, quando c’era il rientro, mangiava pastina in brodo cucinata sul fornellino del caffè. Oltrepassando la soglia sentivi odore di erbe a essiccare, a me ricordava casa di mia nonna quando ero bambina. Tante volte mi è parso di vederla vederla trasformarsi in una strega alle prese con filtri e pozioni. Aveva sempre in mano oggetti strani: aghi, spille da balia e pezzi di stoffa. Amava i gatti. Parlava sempre di gatti. Randagi e di casa, suoi e dei vicini. Mi hanno raccontato che una mattina, in treno, dalla sua borsa veniva un miagolio. E poi sotto la sua scrivania giocherellava un micio. Raccontavano che la villa fosse abitata dal fantasma di una donna. Spesso mi sono chiesta se, dopo un secolo, avesse deciso di tornare e farsi riconoscere. Era strano, ma ogni volta che lei entrava nella stanza di qualcuno semplicemente compariva, senza che nessuno mai sentisse i suoi passi nel corridoio.

Ottobre 12, 2007

Bloggers lucani per la Birmania/2

Archiviato in: partecipare — by funnyg @ 9:32 am

Riemergo dal troppo lavoro di questi giorni.

Intanto vi segnalo l’iniziativa dei bloggers lucani, e non solo, a sostegno della protesta non violenta del popolo birmano. Concerto di solidarietà e un incontro sulla cultura birmana. Sul blog di sirdrake tutti i dettagli. Davvero un’iniziativa lodevole. Sempre a firma di quella parte di sud che fa e insiste e che mi fa pensare con nostalgia alla mia terra.

Poi vi dico che: c’è il sole a Torino, alla faccia dei luoghi comuni sul nord, è una giornata tersissima e in fondo ai viali si vedono le Alpi; a pranzo andrò a iscrivermi per votare nel collegio di Torino Centro. Oggi qui c’è un altro incontro con Veltroni.

Sono stati giorni di lavoro durissimo, e sarà così ancora per un pò. Le battute finali sono sempre massacranti. Riflettevo sul fatto che sotto pressione si fanno cose bellissime o terribili. Per ora ci è andata bene.

a presto

Bloggers lucani per la Birmania/2Bloggers lucani per la Birmania/2

Ottobre 4, 2007

questi giorni/l’equilibrio è un miracolo

Archiviato in: andare — by funnyg @ 8:04 am

L’equilibrio e’ un miracolo
(musica di T. Canto, testo di E. Cirillo e P. Laquidara)

Guardo il mondo e penso a  testa in giu’
Sopra a un filo che e’ sospeso
Di vertigine in vertigine
Dove e’ piu’ leggero esistere
Dolce e’ vivere nell’aria
L’equilibrio e’ un miracolo [...]

Sveglia, fuori è buio. Caffè davanti alle tende gialle. Vestirsi, uscire. Treno, iniziare a lavorare. Lavorare, lavorare. Dodici ore. Uno sguardo fuori, annuso l’aria. Sa di sale, è spessa, non leggera. Vedo: un pezzo di cielo grigio, uno squarcio tra i tetti di ardesia. Una strada in salita con flussi gente in direzione opposta. Macchioline scure che si arrampicano sul lastricato. Il campanile di una chiesa, bicromia di bianco e nero. Un neon rosso che segna ventuno gradi. Eppure è tutto scuro, appannato. Pesante. Uscire, correre. Treno. Lavorato. Quindici ore.

Equilibrio, dov’è? Dove sono le cose che mi riempiono. Solo gli occhi socchiusi di un bambino, in cui riconosco l’amore e i tratti di amici cari.Un sms che mi augura buona giornata, se ci riesco. Una voce che non mi lascia mai e imperterrita mi cerca anche dopo otto chiamate senza risposta; in questo che vedo la differenza, un senso all’affannarsi, al tenere botta, come si dice al nord.

Al non perdere l’equilibrio sul filo sempre teso delle giornate che scivolano via tutte uguali.

Riporre i pensieri in un angolo nascosto dove solo io posso guardare, se voglio, se decido di farlo.Lì si accumulano le vasche in piscina, le carezze inaspettate, le parole che non dimentico. Gesti concreti di bene. Lì c’è Trastevere affollato, la tovaglia a quadri blu, le stoviglie spartane. Ci sono le parole: tirare fuori ricordi, nomi di persone, episodi. Ridere. Farsi ancora stupire nell’osservare angoli della città, magnifica, sempre, maestosa, dopo decine e decine di volte. Sentirsi felice, dopo tanto tempo.

Quasi le tre di sabato notte, camminiamo mano nella mano sulla strada che dal Colosseo porta a piazza San Giovanni. C’è silenzio intorno. Ho le gambe stanche, mi chiedo di che colore si la felicità. Mi sembra averla vista scintillare come le luci della notte romana, fugace, come un guizzo.Come un caffè intorno a un tavolo o il pranzo della domenica e mia zia con gli stessi occhi di mia nonna, come i miei. Azzurri, verdi o non lo so. Ma sinceri. Mia zia sempre stanca, ora nonna attenta, precisa. Indaffarata mentre mi racconta il suo ultimo sogno davanti al lavandino, mentre asciuga convinta una goccia che non c’è già da tre o quattro passate. Mia zia che ha scelto la vita comoda, lei che era “la signora” e che intorno a quest’idea continua a vivere, anche ora che “il dottore” non c’è più. Mia zia moglie fedele e irreprensibile. Si sarà mai sentita felice come me accanto a lei davanti al lavandino d’acciaio? mi chiedo.

Roma e i locali dietro piazza Navona. Dedali di viuzze che non tel’aspetti proprio.La domenica pomeriggio tra amiche nella cucina assolata le nostre voci, di nuovo, dopo quasi quattro anni. Inspiegabile l’intesa, come non essersi mai allontanate. Fuori il tramonto viola sopra piazza Barberini. La felicità, adesso, ha il colore dei sampietrini: è grigia, ambrata.Leggo e qualcuno mi scrive: grazie per esserti fatta indovinare da me; è un regalo, un pezzo di me che ho regalato. So essere ancora io. Quella che conoscevo.

Recupero dall’angolo dei pensieri tutto quello che farò tra un mese esatto, quando tutto sarà finito. Casa, il mio letto, la gente che non riesco mai a incontrare tutta insieme: nomi su un post-it giallo, per ora. Fili tesi, per ognuno una storia, un ricordo, un pezzo da mettere insieme. Parti di me che, regalate o lasciate indovinare, rendono tutto possibile, affrontabile, che ne vale la pena.
Torino Porta Nuova. Raccolgo i fogli, pc spento.Ultima fermata. Devo scendere.

Ottobre 2, 2007

Bloggers lucani per la Birmania

Archiviato in: partecipare — by funnyg @ 10:32 am

la blogosfera lucana per il popolo birmano

Fare rete è una capacità invidiabile.C’è chi parla di “invasione” , chi di setta. Credo che questo sia un modo per esprimere l’identità, la volontà di non dimenticare le radici.Sentirsi parte di un vissuto comune e con sguardi simili guardare e commentare il mondo.

Pubblico la vignetta di Giulio conosciuto nella blogosfera come iltratto; ha omaggiato la blogosfera lucana per l’impegno messo in campo a favore della popolazione birmana.

g

ps. link all’editoriale del 1 ottobre del direttore del Quotidiano della Basilicata

Birmania Che può fare la Lucania?
di P.Leporace

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