Funnyg’s Weblog

Settembre 27, 2007

necessario, ancora

Archiviato in: ascoltare — by funnyg @ 5:17 pm

Mi ha stupito quello che ho letto su questo blog, mi ha stupito la reazione quasi previdente di molte persone. Non è colpa di nessuno se ci si ammala, se non si riesce a resistere agli urti, se ci si sente inadatti a tutto: alla famiglia e all’ambiente da cui si viene, all’immagine che gli altri hanno di te, all’idea che tu stessa ti fai di te. Di quello che immagini nel tuo futuro, delle proiezioni che tu (e forse tu sola) vedi. Come non è colpa di nessuno se non tutti riescono a capire.
Reputo anche questo post necessario; rientra nel concetto che un blog è, si, uno spazio aperto, ma libero. Emana da A, arriva a B, o a B e C e D. O a nessuno. La scrittura è così. Una mia amica dice che la scrittura rende fluido il dolore, a volte è un sedativo. A volte è un antibiotico. Allora scrivo, e chiedo scusa alla mia famiglia, se a volte si è sentita e si sente incapace di capire. A lui, che non arretra di un passo nel volermi amare. A chi rimane imbrigliato nella trama dei miei pensieri, che spesso corrono troppo in fretta anche per me. Lo dedico a lei, che ha deciso di non esserci più. Perché se avessimo messo in comune anche questo aspetto delle nostre vite, oltre che le bambole di quando eravamo bambine, forse leggerebbe anche lei. E poi ringrazio chi mi sa ascoltare, anche quando è difficile.

Scrivere
Sono forse quattro anni che non tocco una patatina fritta, lo stesso vale per la nutella, i wustel, il salame e la maionese, il ketchup, le bibite gasate, per mesi la carne.Non mi piacciono, dicevo. Non lo so se è così, o a furia di pensarlo è diventato così.
E poi, ovviamente, la panna, i dolci, la pasta.
Ammessi, in quantità spropositata, lo yogurt, la frutta, l’insalata, la verdura.
(per il troppo yogurt mi sono autoprovocata un’intolleranza grave al latte e ai derivati, ora sono in fase di disintossicazione).Ammesse tutte le tisane che Dio ha creato, le minestre, i liquidi.

Ci sono molti cibi “nemici”; anche il vino, che a me piace molto, lo è stato. Arriva a tavola un piatto e per me non è un piatto di melanzane alla parmigiana, ma un concentrato di calorie spropositato. Inammissibile.

Non contava quello che dicevano gli altri sul mio corpo: seducente, morbido, accogliente.
Avrei voluto vedere il viso scavato, la linea del collo sempre più sottile, le ossa delle spalle, contare le vertebre. Nonostante ciò non ho mai raggiunto la magrezza desiderata: almeno sei chili in meno di quelli che ho (53 kili per 1,70 di altezza:meta mai raggiunta).Tra me e i sei chili di meno (che sono stati però tre-quattro a volte) in poco tempo, ci sono stati: mia madre, un medico, un uomo.
Il medico mi ha dato delle regole che mi facevano mangiare più di quanto facessi di solito; l’ossessione allora è diventata guardare mia madre posare gli occhi sul foglio, pesare la pasta, cucinarla per me. E dover mangiare tutto, fino alla fine.Mia madre ha faticato molto a vincere retaggi culturali e diffidenze, poi mi ha ascoltata.
Lui, in certi mesi faceva la spesa, si piombava a casa mia e iniziava a cucinare, a imboccarmi la cena, aspettava che mi addormentassi prima di andare via.

Per molto tempo ho avuto le vertigini nel salire e scendere le scale, mangiavo una mela a pranzo, a volte uno yogurt, poi mi allenavo in corse sfinenti ogni sera alle 7.00 con una tenacia da temere, una crociata. Sorda ai complimenti, all’attrazione di chi mi trovava bella, affascinante, vitale, radiosa, dentro e fuori. Assordata dal mio bisogno di perfezione del corpo e della coerenza totale e assoluta delle azioni.

Poi.È passato del tempo, sulla strada ho messo dei paletti, delle mete. Raggiunte tutte, una per una. La laurea nel minimo tempo stabilito, un lavoro, anche se non definitivo, dopo pochi mesi.
Poi, però.Poi ho cambiato rotta, ho virato forte. Mi mancava un pezzo, grosso. C’era un buco dentro che niente riempiva. Rinunciare alla perfezione, capire che non è di questo mondo. Imparare a perdonarsi, a non pretendere per forza la cosa giusta, migliore, l’unica possibile ai miei occhi. Smettere di inseguire l’idea di poter essere quello che ti hanno insegnato ad essere, ascoltarmi. Quando questa me ha smesso di esistere ne è rinata un’altra, imperfetta, incoerente, ma un po’ più felice.
È venuta fuori una donna capricciosa, che usa il suo tempo come crede. Gelosa delle sue ore, del silenzio che si fa intorno spesso. Una figlia che non è quello che ci si aspettava, ma è felice. Un’amante appassionata, una fidanzata instabile e fragile per certe cose, inattaccabile come una roccia per altre, una donna con molte contraddizioni, simile a molte altre. Una persona normale.

Il mio corpo è stato un pretesto, un oggetto su cui accanirsi per non accettare quello che avevo davanti. Oggi non è un problema risolto, conviviamo.Oggi ritengo quell’uso della mia costanza da capricorno un infantile rifiuto della vita, dei suoi aspetti complessi e contorti. Eppure, quando davanti a una torta di compleanno dico sistematicamente, ancora: “non mi va”, quando nella scelta di un posto in cui mangiare mi accerto che ci sia un piatto d’insalata, quando ancora arrivo tardi agli aperitivi per evitare i buffet, e dico: “ho già mangiato a casa”, ancora misuro la mia debolezza, però la gestisco.

Forse non si guarisce mai del tutto, perché è difficile stare dietro ai cambiamenti, alla complessità dei pensieri; forse non si guarisce perché in questo caso bisogna tenere la guardia altissima, sempre. Però si può imparare a essere più indulgenti, comprensivi, con sé stessi e i propri limiti.

La forza me l’ha data lo sport, l’acqua di una piscina in mezzo alla campagna dove tre o quattro giorni a settimana andavo a lasciare i pensieri dietro la vetrata esposta a est.
Allora la pace è venuta dall’acqua calda della piscina, e fuori la neve. Oppure il sole delle tre del pomeriggio e i riflessi sull’azzurro. Mezz’ora, poi ancora. Poi un’altra. Su e giù. Senza respiro,ad annegare tutti i pensieri. A farmi accarezzare dall’acqua, a sentire il corpo scivolare staccato dalla mente. Indipendente, vincitore. A tratti anche finalmente bello, armonioso. Forte, tenace. Più forte del peso dei pensieri, senza gravità. Galleggia ma non affonda. Ogni muscolo che si contrae e poi si distende, libero.
A Torino sono state le piste ciclabili e la bicicletta fino a prima che me la rubassero, sentire ogni radice di albero, ogni minimo dislivello sotto le ruote, salire lungo la schiena. Pedalare alla stessa velocità, di sera e di notte, con la musica nelle orecchie e i binari del tram vuoti; poi il sacco e le protezioni della kick boxing in un inverno stranamente mite.

E poi è come riprendere a nuotare dopo tanto che non lo fai. Come in questo autunno già freddo.Fiato corto, dolore al petto. Il viso rosso per lo sforzo. La pelle secca per il cloro e gli occhi rossi. Ma dopo un po’, se insisti, cominci a scivolare sull’acqua, a farti trasportare leggero dalla forza che il tuo stesso corpo produce. Ridiventi leggero, non c’è più gravità. E scivoli via. Le gambe non le senti, le braccia si muovono al ritmo giusto, lento, tuo. L’odore del cloro diventa familiare, non va ma del tutto. Ci vogliono forza di volontà e tempo.
Giovanna

Settembre 24, 2007

necessario

Archiviato in: guardare — by funnyg @ 6:09 pm

nuova campagna O. ToscaniVenne quello che amavo,
quello che invocavo.
Senza farmi del male,
per scavarmi un argine di dolce luce nel petto
e rendermi l’anima navigabile.

Per rendere certe anime navigabili ci vuole tempo e la sfida si perde spesso; trovo questa campagna fortemente giusta, ci spalanca gli occhi, ci tiene ferma la testa senza farcela girare.

Giovanna

Settembre 23, 2007

profumi

Archiviato in: cose — by funnyg @ 12:13 pm

[da un pò questo post mi ballava in testa, poi ieri mattina mi sono persa tra le bottiglie e gli odori ed è stato chiaro quello che volevo dire.]

Apre la porta, lascia, con fare sprezzante il registro blu con l’etichetta bianca sulla cattedra e la solita copia del giornale, tutta arrotolata e spiegazzata, anche se è la prima ora. Il plico dei compiti in classe viene scagliato lontano.
Inizia a passeggiare nel poco spazio che separa la cattedra dai primi banchi. Passeggia nervosamente, a scatti. Parla col timbro forte e aggressivo, ritmo concitato. Mentre passa tra le sedie di legno con le spalliere piene di tagli, che tirano i fili ai maglioni, ci invade un profumo forte, di dopobarba; poi c’è un retrogusto invernale, di sere col calore dei termosifosi e la testa intontita su un libro pieno di formule. Questo è l’odore della Matematica e della Fisica, di quando nella mia testa si crea il vuoto assoluto, il cancello è chiuso, serrato. Non capisco e non voglio impegnarmi a capire. Flussi, portate, logaritmi. Fahrenight…nel mio cervello e nel naso.
Poi c’è la geometria, non quella piana, la trigonometria. Si chiama Occhiverdi, il profumo del secondo liceo. La bottiglia è piccola col tappo verde di plastica; è lo stesso profumo di Puzzle,  che col suo pile a rombi mi spiega come risolvere i problemi con gli angoli e i gradi. Ovviamente io non capisco ancora né voglio capire. Nello stesso periodo c’è Roma, che sa di borotalco e vecchie signore che pregano in chiesa: rassicurante come partecipare (e non subire) una lezione di letteratura inglese. Cavarsela con uscite abbastanza intelligenti. La bottiglia è terribilmente kitsch, colonne doriche intagliate sul vetro opaco.
Armani, Acqua di Giò, da uomo: pomeriggi di sabato, sabato sera. Visi appena rasati, giovani. Corpi prestanti, belli, abiti spesso di sartoria che scivolano sui corpi allenati. Sono i miei amici piccolo borghesi, ma sempre cari, nonostante tutto. Ed è così anche per Ralph Lauren, Polo sport, Armani Code, CK one e CK b.
Biblos, Cielo: ora lo usa mia madre perché non lo sopportavo più. Sa di brava ragazza e mi ricorda una litigata con una vecchia amica.
Intanto è arrivata mia zia, quella da cui – lei dice – ho preso gli strani poteri di preveggenza, (fare sogni su cose e persone che poi si avverano). Lei è molto ricca e fa sempre bei regali. A Natale di due o tre anni fa mi ha comprato quello che è diventato il mio profumo; lo indosso, come si dice in modo corretto, non riesco  a trovarne uno che mi piaccia di più. Sa di frutta e di primavera. Mia sorella sa di spezie, cannella e zenzero: non ci sono marche note o meno note a cui l’associo.
Domenica mattina sulla strada per la chiesa, con le signore che tornano dalla funzione precedente ed esclamano “Buon giorno direttò, è vostra figlia?!auguri!” (auguri?mah!). Ecco, quel momento è Hugo Boss, è papà.
Poi ci sono i posti: Genova sa di sud, pane fresco appena sfornato a tutte le ore, mare e aria salmastra. Panni stesi ad asciugare nei vicoli. Torino sa di ferro e di tram, sa di stazione. La mia città, che nei fatti è un paese, spesso sa di neve e di aria di montagna. Siena sa di cucina della domenica e di quella delle osterie, di stracotto al Chianti. Salerno odora di porto come Napoli. Palermo di dolci al sesamo e carne arrostita per strada.

Settembre 16, 2007

Negli occhi

Archiviato in: guardare — by funnyg @ 2:25 pm

“E allora mi sono guardato negli occhi. Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che in certi casi questo valga per un esercizio estremo. Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l’ultimo Altro, anzi l’unico e vero Sestesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio. Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d’amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all’indecenza“.

(Elsa Morante, “Aracoeli“)

Settembre 12, 2007

oui, oui

Archiviato in: tempo di partire — by funnyg @ 8:55 am

Parigi Gare de Lyon – Torino Porta Susa
Cris guarda i cartoni animati in francese e in italiano, mentre ride divertito due fossette profonde gli si aprono sulle guance. Ha gli occhi nerissimi, e anche la pelle è molto scura. Solo i palmi delle manine e i denti sono bianchi, e poi c’è il bianco intorno alle due olive nere delle pupille. Anche un’altra volta, in una sala d’attesa accanto a me, prima di un volo molto importante, c’era una bambina, Noha. Parlava in italiano con me e in olandese con la mamma. Aveva gli occhi come due goccioline d’acqua. Trasparenti.
Incontro sempre bambini meravigliosi in viaggio.

A che cosa penso mentre il dondolìo del treno mi fa addormentare?
Alle strade, ai colori dei quadri, al cibo, al vento del mio fine settimana parigino e a molto altro. Il raffreddore sale, la testa si svuota. Affetto, complicità, voglia di vedere, osservare. L’attenzione delle mie compagne di viaggio tradotta in: piccole cose da fare a metà, esigenze subito ascoltate, premure. (Grazie, la prima di molte partenze, confermate?).Poi, distese su un prato, sotto Montmartre, e poi ancora, su un altro prato di un grande parco parigino (mi soccorrete, non mi ricordo il nome!), merenda con pane e marmellata e discorsi impegnati. Prospettive, attese. Cantare l’inno italiano prima di Italia-Francia in mezzo ai francesi, in un locale a Rue de Lappe,adrenalina pura, e non mi sento una tifosa, dalla nazionale alla c1!

Si, va bene,ma a cosa penso in realtà. Cosa spinge per uscire.Cosa punge anche oggi che il lavoro non c’è.
Penso a lei, che non c’è più. Alla seconda canzone della colonna sonora di Amèlie mi viene da piangere. E piango. (A proposito: ovviamente ho provato a rompere la crosticina della creme brulè, ma non si limita ad incrinarsi, dalla prima crepa ne partono molte altre sulla superficie. Rivedrò meglio la scena e tornerò a Le Marais a fare la prova).

Penso a lei e a tutte le cose che ha scelto di non vedere, alle cose per cui non dirà più “ne è valsa la pena” e a quelle che non la feriranno più, alle cose che ha scelto di non aspettare. Penso che G. ha ragione quando dice che l’importante è manifestarsi, ma credo anche che sia troppo assolutorio per tutti. Penso a quanto io ho aspettato e immaginato il mio viaggio e a quante volte, tra una fermata di metrò e l’altra, abbia dovuto ripetermi: quella è la Senna, sto per entrare a Notre-Dame di domenica mattina, per capire che era vero – e lì, tra l’incenso e il rito in francese, percepivo il rumore di fondo dei turisti che camminavano in una zona parallela allo spazio per l’assemblea e mi veniva in mente il duomo maestoso e in penombra, dalle vetrate magnifiche, dove ogni domenica mi confondevo tra la folla di giapponesi, in un angolo, sempre lo stesso. Quarta colonna a destra appena entri, sotto la bandiera del Bruco -.

Saper amare ognuno come vuole, Odiamore riporta questa frase, non mi ricordo da dove (quant’è saggia Odiamore? dovreste conoscerla, capireste). Lì per lì m’era parsa un’esagerazione, perché ognuno, alla fine, sa amare come sa e a volte nemmeno quello. E poi come faccio poi ad amare scelte che a me fanno male? [Come faccio a pensare che l’unica cosa che possa fare adesso è arrampicarmi su quattro file di lapidi, su una scala traballante, per forse riuscire a lasciare un fiore che non avrò neanche il tempo di togliere quando sarà appassito, perché sarò già a 1230 kilometri].
Questo non riesco ad amarlo.Mi dispiace molto.

Parigi mi ha circondata di arte e di bellezza. Non ricordo, così, su due piedi, uno scorcio della città che non sia stato bello da vedere. Questo capita molto di rado, con questa continuità, ma è bello che succeda. Mi ha sempre riscaldato il cuore vedere una facciata restaurata, una strada larga e pulita, una piazza illuminata, esteticamente bella. Spesso, davanti a certi scorci della mia città, mi sono chiesta se chi ‘ha progettata (un gruppo di uomini, per forza) adesso ci vive, e che cosa pensa alzandosi la mattina, con la tazzina del caffè in mano, davanti alla finestra. E che effetto gli fanno i gruppi di palazzi a sette piani arroccati in modo confuso sul crinale di una collina. E il ponte che squarcia in due i costoni di un’altra collina, “opera verticale”, dal centro alla periferia.

Una delle mie compagne di viaggio, ingegnere e esperta di mappe, dopo avere osservato attentamente il plastico di un quartiere di Parigi esposto al Musée d’Orsay, mi ha fatto notare come fossero i palazzi a seguire le ortogonalità delle strade e non viceversa. E di come tutto risultasse stupendamente armonioso. Poi ha aggiunto, semplificando, che un piano della nostra città semplicemente, non esiste.Divagazioni.
[Per essere circondata dal bello dovevo prendere la macchina, uscire dalla città, arrivare tra due campi di grano coltivati, dove in primavera è tutto verdissimo e d’inverno c’è molta neve ma le zolle sono ben definite. Fermare l’auto. Scendere. Respirare forte. L’ho fatto. E ho anche fotografato lo stesso scorcio, prima della curva, in quattro stagioni diverse; è quando penso a questi scorci e a certi gesti che vale di più quello che dicevo al senatore stasera al telefono, cioè che uno può allontanarsi da certi posti, mettersi alla prova, viaggiare, sentirsi cambiato e diverso e forse essersi, si, adattato a delle circostanze e a certi ambienti,ma certe cose, certi gesti, certe immagini della mente se le porta ovunque e le usa per interpretare il mondo. E non esistono latitudini. Esisti tu e il mondo, e quello che ti hanno insegnato ad essere nel mondo da cui vieni.]

In tutto questo tempo non ho mai smesso di sperare in una specie di miracolosa retromarcia. In qualcosa di più forte di tutto che ci avrebbe riavvicinate, fatte sentire di nuovo vicinissime. E forse il momento in cui tutti vogliono dire la propria, ora, oggi, è arrivato. E sono qui, posso entrare nella sua stanza, adesso, sfiorare gli oggetti che sono stati i suoi, che vedeva ogni mattina, ogni giorno. E ci sono persone che per dividere il dolore dicono: “prendi pure quello che vuoi”.Posso andare a trovarla adesso, parlarle. E forse a lei non interessa, ma io continuerò a farlo. (Voglio vivere senza rimpianti, senza dire mai più avrei voluto. Questo è egoismo, solo un modo per non soffrire. G. sostiene questo, e credo abbia ragione).

Settembre 6, 2007

Tempo di dire: posso osare?

Archiviato in: viaggi — by funnyg @ 8:39 am

Metti subito  tutto a posto, non si sa mai, arrivi qualcuno!
Mamma, ma ci  viene a trovare mai nessuno!
Che ne sai, devi essere pronta, sempre!

L’acqua scivola addosso sulla pelle abbronzata e guardo la schiuma: si porterà via la tensione di questa giornata? E la voglia e il bisogno di correre, come la scorsa settimana, nel parco, sul sentiero che costeggia il fiume, per un’ora, senza sentire la fatica, senza dolore, con la mente staccata da tutto, libera. E nuotare, senza sentire i rumori e le voci. Lasciarmi attraversare e buttare via quello che non serve, che fa male. E invece.
Dodici ore.
Stanza stretta, finestra chiusa, ad un certo punto tutte le stanza sono vuote. Sembra il set abbandonato di un film, o certi paesini del sud fermi al momento di tragedie o terremoti. Il silenzio. Solo la musica del mio mac, e i pensieri trasversali che mi bucano la mente, oltre le cose da finire, per cui uso sempre il secondo cervello.

Sono certi visi, certe mani, sensazioni. È l’idea che picchia, il cursore sul foglio bianco che sbatte e torna indietro. Concetto: adesso dovrei avere tra le mani qualcosa di molto gratificante, circondata da persone che piano piano diventano meno estranee. Eppure, se mi fermo, mica lo so se sono felice. Mi manca sempre qualcosa, passo il tempo a capire cosa. Inquieta, conosco sempre e solo quello di cui sento il vuoto, la mancanza. Quello che ho non mi fa mai appagata, felice, soddisfatta.
E verrà il tempo di dire: posso osare? dice Eliot

[Odiamore dice che non conta come ti vedi tu, tanto non saprai mai come ti vedono gli altri. Mia sorella dice che so solo lamentarmi. Lui, che la storia della bambina frustrata e repressa da genitori troppo all’antica non attacca più. Un chimico importante dice che sono meno buona di quello che immaginavo e più donna di quello che credo. Suzukimaruti dice che la mia “lucanità” è un gran dono. Il senatore diceva con molto affetto che funnyg non ha ancora imparato ad amarsi da sola. Forse tutti hanno ragione. Forse sono solo stanca e siccome mentre scrivo e il mio pc manda Creep (botta sul cuore, per chiudere la giornata niente male), e sono le tre meno venti, spengo e vado a nanna. A quest’ora la città è silenziosa. Il mio zaino per domani è pronto (parto per la prima volta con una delle mie poche, vere amiche, di quelle che se hai culo, nella vita, ne incontri tre o quattro in tutto). Andiamo a Parigi, dove stellakeride sembra avere lasciato il cuore. Recupererò lavorando il prossimo fine settimana, mica la passo liscia così.Farò belle foto, come mi insegna Elianto così nei nostri viaggi, sempre con la musica giusta, avrò da raccontare anche io!]
g

Settembre 3, 2007

Settembre

Archiviato in: ricominciare — by funnyg @ 9:07 am

Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un’ ex terza classe? L’ angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,di un giorno qualunque, di una sponda brulla? dicon tanto un silenzio e uno sguardo.
Se ci sono non so cosa sono e se vuoi quel che sono o sarei, quel che saro’ domani…non so dire se nasce un periodo o finisce, se dal cielo ora piove o non piove.

Quello che so è che ieri davanti al Po illuminato dal sole caldo del pomeriggio ho tracciato linee profonde, rivangato vecchi campi non arati da mesi, instillato dubbi, portato il discorso su salite ripidissime, incrociato profonde inquietudini, sentito il vento che accarezzava mani, viso e poi scompigliava i capelli, la fronte, entrava negli occhi. Il fastidio di parole scomode, che invertono prospettive, cambiano e confondono. Non è nell’inquietudine che voglio restare, fa male. Eppure è una strada, verso il diritto alla felicità che ora non ho. C’è una spinta che rimane oggi a farmi compagnia nella casa vuota e Vinicio che canta la mia malinconia (il vento della sera sarà che bagna e poi s’asciuga/ il cuore che non tace/ tristezza che non viene da ora e non viene da sola/ sprecato la vita in ogni dove).
Linearizzazione, trasparenza.Ho ricominciato dalla cose piccolissime: dire sempre la verità, a me stessa per prima. Guardare quello che è, non quello che vorrei fosse, parlato al mio cuore con domande dirette; questo è il momento, non ce ne sarà un altro. Osservato lui ascoltarmi smarrito e convinto che nulla è irrecuperabile. Osservato lui dormire accanto a me e cercarmi nel sonno, svegliarsi con me a un mio svegliarmi all’improvviso sudata, accarezzarmi fino a farmi riaddormentare. Detto a me stessa se è quel corpo, se sono quegli occhi, se è il suo sguardo acuto sulle cose e tenace ma disilluso che mi rende felice, che voglio scegliere ancora. E se così non è, con le spalle al muro, voglio dirmi: vai, senza voltarti, come al binario dieci di oggi. E fa male, ma guardarlo affacciato al finestrino è insopportabile, il cuore mi esce fuori. Ho schivato dei colpi, una guardia dura, serratissima.Mi sono presa spesso la parte migliore autogiustificandomi e dicendomi che avevamo troppo sacrificato già anni, notti. Che mi era permesso vivere come volevo, come sentivo. Come assumendomi solo una parte delle mie responsabilità, senza fare a metà le attese, i dubbi. Ignorandoli, è facile. Chiudi il cervello, vai in automatico. Metti la polvere sotto un tappeto. Quando lo rialzi, però, è veramente difficile pulire tutto insieme, lavi il pavimento due, tre, quattro volte: è sempre tutto avvolto di una polverina sottile, sedimentata, che avvolge e si infila, non va via. Che sembra farina.
Vai vai, conosco certe lettere d’amore, il gusto amaro del mattino. Vai,vai, conosco queste sere senza te. Ma vai, tu vai. Conosco le mie lettere d’amore, il gusto amaro del mattino..il tempo si,ci ruba e poi ci asciuga il cuore. Sorridimi ancora..ma non è l’amore che va via, il tempo si, ci ruba e poi ci asciuga il cuore, sorridimi ancora, non ho più niente da aspettar.

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