Tutti i “poi” e i “solo” che si usano nell’italiano parlato in Piemonte.Le persone supponenti, che non riescono a prendersi alla leggera, che sono sempre sul piedistallo quando parlano ( e scrivono). La politica italiana, purtroppo anche a sinistra. Gli uomini quando, tutti insieme, parlano di calcio pretendendo che t’interessi. Le donne, nei locali, quando ridono sguaiate appoggiate al bancone. I ragazzini per strada che se le suonano sempre di santa ragione.Io, quando voglio per forza dimostrare (a me stessa) che ce la posso fare,da sola.
Ottobre 14, 2009
Settembre 10, 2009
Settembre 09
Non chiedetemi di scegliere, né di riflettere per l’ennesima volta sulle differenze nord-sud, sui costi-opportunità del vivere qui o lì, su dove scommettere e sacrificare, su dove aggiungere e cosa togliere. Se “tutto il mondo è paese”,o se la questione meridionale sia ancora in piedi, come cinquant’anni fa, a guerre finite. Ho poche certezze: vivo lontana dalla Basilicata da 11 anni, per una scelta che nel tempo diventa via via più ragionata, consapevole, con tutti i suoi pro e i contro. Anni di studio, incontri straordinari e mediocri, amori (possibili e non), distanze, nostalgie e piccoli successi che mi hanno spinta sempre un po’più in là. Cerco di non sedermi, non sentirmi mai arrivata da nessuna parte, davanti a nessuna scrivania, davanti a nessun nuovo capo. Questa ostinata ambizione mel’ha trasmessa la mia terra, ormai lo so. E se potessi scegliere se vivere qui o a mille chilometri di distanza, non so ancora cosa sceglierei. Ho forse superato il senso di colpa di chi parte e si sente traditore. Trovo legittimo andare a prendersi ciò che manca anche lontano, se necessario. Amo pensare che il mio “orgoglio lucano” stia nel rimanere fedele a me stessa, ai valori con cui mi hanno educata e a tutto quello che ho respirato da bambina. La lealtà, il senso del dovere dei miei genitori, l’onestà intellettuale come guida, regalo di alcuni – rarissimi – insegnanti, la gratuità, l’essere ben disposti verso il prossimo. Valori. Che mi fanno sentire fedele a me stessa se in un gruppo di persone rimango quello che sono, anche se mi percepiscono ingenua, o molto più vicina allo stereotipo di donna cresciuta in provincia e partita in cerca di fortuna, che a quello di donna in carriera.
Partire anche per imparare ad andare oltre quello che pensa la gente, rompere gli schemi, sentirsi vivi, col proprio bagaglio di ricordi, tradizioni, amici d’infanzia che stanno lì e ti rassicurano, ti sostengono, anche solo nel ricordo di una foto sulla spiaggia a vent’anni. Ma ci seu tu, insieme a un po’ di solitudine che ti fa guardare dentro e ti insegna a capire chi sei, cosa togliere e cosa tenere, dove andare.
Tornare: quando il calendario dice che è tempo, e in effetti quando il cuore sente che è ora. Trovare i genitori che invecchiano e sentirsi di nuovo egoisti, irriconoscenti. E dall’altra parte indipendenti, liberi. Non mi piace inveire contro la classe dirigente, obsoleta, ignorante. Mi disgusta il pensiero comune che sia sempre colpa degli altri se le cose non vanno, se la gente fa la valigia. “Qui non c’è niente”, ma anche “A lavorare al nord per 1.200 euro non ci vado” (troppo duro stirarsi la camicia da soli e vivere senza troppi agi).
Allora? Allora credo fermamente che non è vero che solo i migliori se ne vanno; molti restano, divincolandosi tra clientelismi, giochi sporchi della politica e dando vita a cosa belle, che non esistevano. Rimanendo con le radici ben salde. Allora è possibile, eccome. E ha pure un prezzo alto da pagare.
So solo che il sud è una nostalgia dell’anima che non ti abbandona mai, che sa riconciliarti col mondo e allo stesso tempo metterti davanti a tutte le miserie, le meschinità e l’ignoranza di cui l’uomo è capace. Da donna, aggiungo, è capace di farti sentire allo stesso tempo madonna e sgualdrina, appendice di uomini che ti riaccompagnano a casa e escono con gli amici e che ti vorrebbero inchiodata al ruolo di moglie: poche possibilità di scegliere, mediare, condividere le incombenze della famiglia e dei figli. Eppure.
Di così tanto mondo, il sud rimane l’unico posto in cui, periodicamente, ritorno, con la speranza di dare qualcosa e la certezza di prendere, sempre.
Febbraio 13, 2009
Oggi, da questo punto di vista
Mentre scrivi il tuo intervento di domani, pensa anche a come l’arte, la partecipazione sociale, la cultura stiano mobilitando ovunque giovani e cittadini, in generale.Di come il web cambi le relazioni, di come si replichino certi meccanismi sociali (vedi social ntwok come facebook) ovunque,in ogni parte del mondo.Rifletti su come la Chiesa interferisce nella vita privata della gente, (sfoglia i giornali di questi giorni,sull’ultimo saluto di Beppino ad Eluana, con che dolore un padre può arrivare a pensare alla morte per liberare sua figlia dal dolore). Pensa al nostro di cuore in questi mesi lunghi, di questo tempo non tempo, in cui lui è in un letto da cui potrebbe vedere il mare,ma non riesce ancora a farlo).Pensa all’amore,che domani trionfa nelle vetrine.Solo lì, che le donne le stuprano alla fermata dell’autobus.Pensa a come dovrebbe essere una politica che non dà risposte,non scioglie dilemmi etici, ma si fa le domande giuste, accompagna, aiuta a scegliere.In modo libero,pulito. Nè laico (che è comunque un aggettivo,e qualifica), né cattolico, né ateo. In bocca al lupo.Fammi sapere come va, ci tengo.
La storia delle cose
http://www.youtube.com/watch?v=18a1GQUZ1eU
buon weekend
Giovanna
Ottobre 24, 2008
Genova 2008
Dunque – facciamo il lavoro della vita- anche se la ricompensa della vita è finita- con scrupolosa esattezza-per conservare i sensi-intatti- E. Dickinson
Genova.Lavoro.Tutto il giorno.Sarà così fino al 4 novembre.Oggi piove.La sera per dormire ascolto “orfani” di Da solo, Vinicio Capossela.Strappo al cervello attimi per me.Ci provo.Colazione in terrazza,non si vede il mare,ma c’è, oltre i tetti di ardesia.Le ore scorrono come i grani in una clessidra.Attimi di normalità in un tempo che presto sarà circolare e sembrerà non passare.Però sono in piedi.Ieri a cena se non avessi visto dondolare l’oblò da cui entrava aria fresca non avrei capito di essere su una barca.Piuttosto ad una cena tra vecchi compagni di scuola.Passato e futuro,persone lontane riescono a mischiarsi e non vedo più le sfumature del prima e del dopo.Che strana la vita
Settembre 10, 2008
Ritornare a fluire
Inizio affannata.Non respiro regolarmente.Non mi giro ogni tre,quattro, sette bracciate per prendere aria.Mi muovo a scatti e nemmeno l’acqua mi fa fluire; è solo un rincorrersi di azioni meccaniche, come l’affanno del fare di queste prime tre settimane di lavoro.Fare-chiudere-inviare-chiamare.Irrimediabilmente tardi,sempre. Poi. Poi la vasca comincia a svuotarsi.Le persone escono piano.Nessuno schizzo.Nessun rumore.La mia corsia vuota.La traccia rassicurante attraverso le lenti scure.Ricomincio.Rana.Ritmo.Aria-acqua-aria-acqua. Scivola via tutto.La pelle scura contrasta con l’azzurro.A volte con le braccia sfioro la corda colorata che delimita le corsie,ma è solo un attimo,e torno al centro. Raccolgo e lascio le braccia al petto.Chiamo l’acqua e la lascio andare; è come sfogliare le pagine di un libro, i minuti scorrono uno dopo l’altro.A dorso respiro bocca-naso e guardo il soffitto.La mente si svuota. Mi sento di nuovo libera, pulita. Nessuna urgenza,nessuna cosa da fare per forza adesso. Del mare rimpiango solo i riflessi del sole sull’acqua.Non il suo sapore,non la temperatura.Nemmeno il sale che ti tiene a galla. Mi piace qui perchè vedo il fondo,bene.Forse mi piace quest’acqua perchè non mi spaventa, perchè è prevedibile e non mi fa sentire in pericolo: è tutto qui e posso vederlo, anche se non ci sono i colori dei pesci, gli scogli e l’affetto di Elianto che mi insegna a usare la maschera. Intorno,fuori dall’azzurro,mi annoia tutto.Mi sembra tutto stantìo.Ho bisogno di conoscere persone diverse,nuove.E fare cose che mi appassionino.
Agosto 28, 2008
Il cerchio, la circonferenza
Arriva un momento in cui descrivi un cerchio intorno a te, chi è fuori è fuori. Non ti chiedi manco più perché, non ci si può spiegare tutto. Mi accorgo che per me la circonferenza non è mai chiusa del tutto, ha delle parti tratteggiate, discontinue.Come una membrana da cui può passare o filtrare il ricordo, la voglia di un abbraccio, l’emozione e anche il dolore. Parliamo, però, del dentro. Di quello che è nel cerchio.
C’è chi senti dentro come la famiglia, nel sangue. Gradi diversi, pochi momenti per vedersi, ma l’intesa, il prezzo di un bacio, di una cena, di quel sorriso, proprio quello, vale notti in treno e stanchezza fisica. Vale una notte fino all’alba per un bagno in pochissimi nell’acqua trasparente. Vale molti momenti di solitudine, ognuno a vivere la sua vita. Poi si fissa una data, un posto, ed è come un magnete. Come i raggi di una ruota.
Oggi insofferente.
Fuori sole. Foto. Negli occhi ancora il mare della Sicilia. Isole: Favignana e Levanzo. Affetto. Amici. Ore lente. Parole, racconti. Riprendiamo esattamente da dove abbiamo lasciato.Stare bene, come succede di rado. Addirittura divertirsi, unire mondi lontani. Incrociare pezzi di vite. Lui come un termometro – sorridevi, eri te stessa, ora sei un pò tesa – poi mi augura buon giorno col sorriso e un caffè.
L’affetto di chi ti offre casa sua, l’amaro in frigo (lucano, ovviamente) e il giornale da sfogliare sul divano con la naturalezza sincera di un fratello maggiore. Ci sono anche le ore davanti alla sua foto in quest’estate finita già, sul suo letto, tra le sue cose. C’è il suo sorriso enigmatico che mi guarda dall’alto. E tre conchiglie attaccate su un mosaico colorato per dirle non ci hai delusi, ti amiamo da qui. La pantera rosa di quando avevamo sei anni ed era più alta di noi che abiterà con me nella nuova casa torinese. L’abbraccio forte di suo fratello.
Il sole sulla pelle non asciuga le lacrime né il dolore e mentre nuoto guardando il fondo e i pesci scappano via e l’acqua a Cala rossa è molto fredda e senza le corsie il blu profondo sotto i piedi mi mette ancora paura, mi rendo conto. Ma ho imparato a controllare il respiro e mi muovo lentamente per tornare a riva.
Adesso qui ho i calcinacci e la polvere, odore di legno e di nuovo e il sole che entra a fiotti tutto il giorno dalle finestre in fila. Il motivo per cui la casa tutta impolverata me la sono sentita addosso a marzo e non ho resistito. Lei ha scelto me. La città è semivuota. Mi alzo presto, fa quasi freddo. I vestiti sono quelli che non uso più e sono già da lavare. Poi c’è questa scrivania chiara e poca voglia. Molte cose che avrei voluto fare e vedere oltre i posti e le persone che sono riuscita a incontrare. Il sole del sud ora molto lontano. Poco tempo e troppo pensieri,la testa non li contiene tutti, mi fa male oggi, sembra esplodere. Illuminazioni, solo attimi di chiaro. Visi in fila scolpiti nel cervello,paesaggi mozzafiato.
[Mia sorella che sta per partire, un altro anno lontane ma vicinissime. Lei è solo una versione avanzata di me, come il sistema operativo di un computer.Così dicono.]
Luglio 9, 2008
Lidia Ravera, scrivere
“Scrivo da quando ho memoria, scrivo per mantenerla, la memoria, l’attenzione, qualcosa di vigile.Scrivo per sorvegliare lo svolgimento della vita. La mia, quella degli altri. Se non scrivessi sarebbe un bel guaio.”
ps.ma lo Strega a Paolo Giordano che, per carità, è un ragazzo a posto e di compagnia, proprio no!
Giugno 23, 2008
Preferisco il rumore del mare
Quattro giorni.Autostrada adriatica,l’A14, quella nera a due corsie segnata sullo stradario, la musica dei Radiohead, Demian Rice, il cd dell’andata e del ritorno dal lettore di V. Racconti, parole, resoconti, libri, sogni. Affetto.Casa. Profumo di detersivo e panni appena stirati.Pavimenti lucidissimi. Caldo, la strada sotto la mia finestra e i lavori in corso. Il sorriso di A. nelle foto del libro. Enigmatico, profondissimo.Le lacrime.Un lunghissimo abbraccio; lei non tornerà ma vorremmo sapere che ci guarda sorridendo. Poi un tuo per sempre ad un Dio che non sappiamo se c’è, ma facciamo come se ci fosse.Cari amici, affetto.Festa. Il mare.In barca. Una spiaggia incastrata tra le rocce.La sabbia e le pietre.Scotta. Poca gente. L’acqua.Immergersi.Vincere la gravità. Osservare pesci bellissimi, di tutti i colori.Così sottili da sembrare trasparenti.Le conchiglie sul fondo, provare a prenderle.A testa in giù. Il sale sulla pelle tira. Nuoto e non c’è la linea dritta della corsia che mi guida.Sono libera. Queste le giornare per cui vale la pena fare 1000 chilometri.Pacchi, scatole, lettere, libri.Tuffi indietro.Sollievo, è passato tantissimo tempo.Ora sono un’altra persona, ma anche grazie a quello che è stato.Ora la mia stanza di bambina ha cambiato faccia, è come se fosse passato un uragano. Niente è più come prima.Ma ci voleva.Un bel tuffo. Perfetto. Testa e braccia, spalle e gambe.Per-fett-to. La sua voce vicinissima, sto tornando.Sono felice.
Giugno 5, 2008
Once
Ieri sera ho visto Once, favola musicale dell’irlandese John Carney. La storia racconta di due ragazzi che s’incontrano a Dublino condividendo la comune passione per la musica. Il film ha vinto l’Oscar per miglior canzone originale.Una storia d’amore multiculturale raccontata in modo delicato, mai sdolcinato.Non è il lieto fine che conta. C’è lo stesso la forza dei sentimenti, c’è l’emozione, ci sono le parole che esprimono come si sta dentro.Poi le scelte, i bivi, le strade che possono dividersi senza perdersi.Ad un “un mago impolverato”, che avevo smesso di aspettare.
Maggio 29, 2008
Sud, fuga dell’anima
“Se una sera di primavera un viaggiatore arrivasse in città la troverebbe in festa, sveglia a fare l’alba per strada, giovane, come non accade quasi mai.Non crederebbe che d’inverno qui la neve dura anche quaranta giorni, che i marciapiedi si sgretolano sotto lo spessore del ghiaccio, che nei locali si beve vino per scaldarsi e che spesso le strade ghiacciate ti parlano di un pezzo d’Europa lontana: i Paesi Scandinavi e Copenaghen; Di notte non sono molto diversi, con le strade che brillano alla luce dei lampioni e la gente con le mani in tasca e la falda larga dei cappelli che corre svelta verso casa, a viso basso. Se arrivasse in una di queste sere di primavera stentata, a tratti, si lascerebbe affascinare dai vicoli illuminati e ingombri di giovani e bicchieri vuoti, grida, musica e spirito di festa, di libertà. Potrebbe pensare di trovarsi nel bel mezzo di una cena di contrada, nell’incantata Siena medioevale,dove respiri la follia, la passione, l’amore viscerale per le radici. Dove i colori delle bandiere ad ogni angolo segnano i confini e dividono i cuori. Dove non si dimenticano mai le origini sacre delle tradizioni e l’inesauribile voglia di superare i limiti, strabiliare, bere vino fino alla feccia, finché la bocca è impastata e lo sguardo è appannato. Il nostro viaggiatore inizierebbe a ballare al ritmo scandito della musica che rimanda a tempi ormai andati, senza fermarsi , senza imbarazzo o finto pudore. L’aria è leggera e la musica incalza, l’alchimia di sguardi, voci e suoni, confonde e attrae, incanta. Largo Pignatari, raccolto tra il nuovo splendore di Palazzo Loffredo e la pietra viva delle case intorno, sembra una piazzetta di Positano o Taormina, d’estate, gremita di turisti e gente di ogni tipo che beve, sorride, semplicemente osserva e gode dello spettacolo. Tra le luci soffuse e i corpi accaldati il nostro fortunato vagabondo, guardando la palma che maestosa svetta al centro del lastricato, penserebbe ai paesi bianchi e scintillanti del Salento o alla Sicilia interna, riarsa, ma splendida e tenace. Se una sera di primavera un viaggiatore capisse di essere a Potenza, nei giorni della festa del Santo Patrono, saprebbe quanto i giovani potentini amano la propria città, e a volte riescono viverla in modo diverso. Almeno una volta l’anno seguono un amore naturale e irrazionale fregandosene dell’apparire perché forse la propria terra, di così tanto mondo, è l’unico posto in cui si possa tornare.”
Giovanna 2005